La Coalizione

Testo Appello per l’approvazione delle Intese tra lo Stato italiano e le Confessioni religiose

Appello per l’approvazione delle Intese tra lo Stato italiano e le Confessioni religiose

La Costituzione italiana garantisce che tutte le Confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge, hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano, ed i loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di Intese con le relative rappresentanze.

L'Unione Buddhista Italiana (U.B.I.) è stata fondata a Milano nel 1985 da centri buddhisti di tutte le tradizioni presenti in Italia che sentivano la necessità di unirsi e cooperare, come era già accaduto in altri paesi europei (Francia, Germania, Austria, Olanda, Spagna, ecc.).

L'U.B.I. è nata con lo scopo di rispondere alle richieste sempre più numerose degli italiani interessati al buddhismo per aiutare la conoscenza degli insegnamenti del Buddha secondo le varie tradizioni, per sviluppare le relazioni tra i vari centri esistenti in Italia, In tale ambito l'UBI non rappresenta alcuna scuola buddhista in particolare, ma si propone principalmente di contribuire alla diffusione degli insegnamenti e delle pratiche della dottrina buddhista, nel rispetto di tutte le tradizioni, attraverso l'assistenza e il sostegno ai diversi gruppi buddhisti, il coordinamento delle loro iniziative e l'incoraggiamento ad una collaborazione fra le varie scuole. Inoltre l'Unione promuove il dialogo interreligioso, l'incontro con istituzioni culturali o centri di impegno spirituale, nonché attività didattiche sul buddhismo, nell'ambito della storia delle religioni.

Inoltre l’UBI si pone come interlocutore esponenziale degli interessi dei propri associati per stabilire relazioni ufficiali con lo Stato italiano, anche tramite la firma dell'Intesa come richiesto dall'articolo 8 della Costituzione e per tutelare i diritti dei praticanti, siano essi cittadini italiani che buddhisti provenienti dai paesi asiatici e residenti nel nostro paese.

L'UBI è stata riconosciuta come Ente Religioso con personalità giuridica nel gennaio 1991, riunisce i 44 maggiori centri italiani e i loro affiliati, secondo le tradizioni Theravada (Sud-est asiatico), Mahayana Zen (Estremo Oriente), Vajrayana (Tibet) che, come attività principale, sostengono la pratica, la preservazione e la corretta diffusione dell'Insegnamento spirituale del Buddha storico (Shakyamuni Buddha). A tutti i Centri dell'UBI è richiesta la presenza di un Direttore Spirituale che sia un Maestro buddhista qualificato e riconosciuto e che si assuma la responsabilità di sovrintendere a tutte le attività spirituali del Centro.

L’UBI ha sede legale a Roma (Via Euripide 137) ed è guidata da un Presidente che dura in carica tre anni, coadiuvato da un Consiglio Direttivo composto di sei membri oltre al Presidente, in cui sono rappresentate tutte le tradizioni buddhiste presenti in Italia; essa è associata all'Unione Buddhista Europea.

I centri aderenti all'U.B.I. si riuniscono insieme ogni anno per celebrare la festività del Vesak, che ricorda i tre momenti importanti della vita del Buddha (nascita, illuminazione e parinirvana) mentre ogni tre anni viene organizzato un congresso nazionale su temi di interesse spirituale con l'intervento di Maestri di meditazione e studiosi di chiara fama.

Attualmente si stima che nei centri dell’UBI i praticanti buddhisti italiani siano circa 50.000 a cui si possono aggiungere altre 10.000 persone che saltuariamente frequentano centri e partecipano ad insegnamenti ed altri 10.000 di provenienza extracomunitaria.

Lo stato dell’Intesa

L'Unione Buddhista Italiana ha siglato l'Intesa con il Governo nel 1999 (Governo D'Alema), dopo una lunga fase di trattativa, cominciata nel 1987; l'iter legislativo prevedeva poi che tale testo fosse trasmesso dal Governo alle Camere in forma di Disegno di Legge, affinché il Parlamento lo “ratificasse”. Nelle more di tale provvedimento sono intervenuti alcuni mutamenti nell’ordinamento, quali l’introduzione dell’euro e l’abolizione del servizio militare obbligatorio che hanno reso necessario un aggiornamento del testo dell’Intesa per tener conto di tale nuovo quadro normativo.

La nuova Intesa, che rispecchia esclusivamente tali aggiornamenti, è stata firmata con il Governo nel mese di aprile 2007, ma alla chiusura della legislatura il disegno di legge relativo non è stato presentato, pur essendo state individuate le risorse per far fronte alla sua necessaria copertura finanziaria.

Il recepimento in legge di tale Intesa rappresenterebbe una tappa fondamentale per il riconoscimento della presenza del Buddhismo nella comunità italiana, con la possibilità concreta di fornire l’assistenza religiosa e l’insegnamento con Maestri realmente qualificati e come tali riconosciuti dalle istituzioni, di ottenere a livello locale il riconoscimento e il rispetto dei riti funebri, di assicurare il mantenimento delle istituzioni monastiche, attualmente a totale carico dei fedeli senza alcun riconoscimento della utilità sociale del sostenimento di tali oneri (es.:detassazione delle donazioni), di salvaguardare il patrimonio artistico e culturale dei Centri associati. Inoltre la maggiore visibilità istituzionale permetterebbe una più efficace opera di mediazione culturale in favore dei buddhisti provenienti dai paesi asiatici e residenti nel nostro paese. La gestione di parte del gettito erariale (8‰) permetterebbe d’intervenire, tra l’altro, in particolari situazioni di sofferenza (quali ad es. i malati terminali, i tossicodipendenti, le persone in stato di abbandono) in cui i principi fondamentali del Buddhismo e le pratiche meditative trovano uno specifico campo di azione a sostegno sia degli operatori (formazione) che degli assistiti.

Breve storia del Buddhismo

Il Buddha, il cui nome era Siddharta Gautama, visse nell'India del Nord nel VI sec. a.C. Il Buddha nacque, durante il viaggio che doveva portare la regina Maya, moglie del capo del clan dei Sakya, il nobile guerriero Suddhodana, a partorire il primo figlio nella casa paterna, secondo la tradizione del tempo. Ma la tradizione vuole che la giovane non raggiungesse mai la casa e partorisse in un boschetto, mettendo al mondo colui che diventerà il Buddha. Prima di intraprendere la sua ricerca spirituale, il Buddha viveva nell'agio presso il palazzo del padre, seguendo l'educazione necessaria a divenire, un giorno, re di una regione che corrisponde all'incirca all'attuale Nepal.
Poco prima di compiere trent'anni il principe Siddharta incontrò delle persone che stavano vivendo l'esperienza della malattia, della vecchiaia e della morte, rimanendone molto impressionato e turbato. Allo stesso modo rimase profondamente ammirato dalla serenità mostrata da un saggio eremita. Maturando tali esperienze, il principe Siddharta realizzò la precarietà e la temporaneità del suo stato di agio ed abbandonò la sua casa e la sua famiglia, in cerca di una soluzione definitiva alle grandi sofferenze del mondo. Intraprese in tale ricerca diverse pratiche spirituali ed incontrò molti maestri, finché, insoddisfatto di quanto sperimentato, ricercò la sua via: una via di mezzo tra l’estremo ascetismo e una vita legata ai piaceri dei sensi. Fu come risultato di questa ricerca che una sera, all'età di trentacinque anni, meditando sotto un albero, poi conosciuto come l’albero della Bodhi o del Risveglio presso Bodhgaya (nell'attuale regione del Bihar, in India), il principe Siddharta raggiunse lo stato dell'Illuminazione, lo stato di completa e profonda saggezza, al di là di ogni sofferenza. Da quel giorno fu noto come il Buddha, il Risvegliato.

Dopo l'Illuminazione il Buddha diede il suo primo insegnamento a Sarnath, noto come "Le Quattro Nobili Verità" che indicano la via per liberarsi dallo stato di sofferenza esistenziale propria dell’uomo, senza il bisogno di intermediari sacerdotali come i brahmani, ma attraverso un lavoro su se stessi. Da quel momento passò la sua vita ad insegnare come raggiungere il suo stato di Illuminato ad innumerevoli persone. Fondò una comunità monastica a cui poterono accedere gli uomini e successivamente anche le donne, dato estremamente rivoluzionario nella società indiana dell’epoca, che tradizionalmente non consentiva a queste ultime di uscire dalla tutela e dal controllo diretto della famiglia patriarcale. Il Buddha morì ad ottanta anni nel 480 a.C., a Kusinara, nell'attuale regione indiana dell'Uttar Pradesh.

Alla morte il Buddha non lasciò alcun successore e la comunità continuò ad operare insieme. All’inizio mancava anche un Corpus Canonico codificato, e i discepoli diretti del Buddha si riunirono nel 473 durante il I Concilio indetto a Rajagriha per la durata di sette mesi per trasmettere ciò che avevano appreso direttamente dal Maestro. In tale consesso vennero esposti i sutra, ovvero i discorsi del Buddha così come ricordati dal discepolo a lui più vicino, Ananda, mentre la dottrina delle regole monastiche fu esposta da Upali, altro discepolo importante. Circa centodieci anni dopo, nel 363 a.C., si tenne un secondo Concilio a Vaisali, città in cui i monaci avevano da tempo adottato delle pratiche discutibili: questi furono messi a confronto con monaci provenienti da tutta l’India, fatto che dimostra la diffusione già avvenuta del buddhismo, e alla fine venne deciso da tutti i presenti di darsi un codice di comportamento, il Pratimoksha, che tuttora viene seguito dalla comunità monastica. Altro momento fondamentale nella storia del buddhismo sarà il terzo Concilio indetto nel 245 a.C. a Pataliputra dall’imperatore Asoka Maurya, che sarà uno dei principali protettori del buddhismo in India. In tale concilio si cercò di frenare le emergenti tendenze scismatiche, che cominciavano a differenziare l’insegnamento e che un paio di secoli più tardi daranno origine a due scuole fondamentali: la scuola del cosiddetto Piccolo Veicolo o Hinayana e quella del grande Veicolo o Mahayana. Infine all’incirca alla fine del primo secolo dopo Cristo, la comunità monastica che nei secoli precedenti si era formata e stabilizzata nello Sri-Lanka, redisse il Canone Buddhista in forma scritta Tale Canone in lingua pali , composto da tre parti o canestri (Tripitaka) ovvero quello dei discorsi (Suttapitaka), della disciplina monastica (Vinayapitaka) e della dottrina filosofica (Abhidharmapitaka) è rimasto integro fino ad oggi ed è accettato dalle scuole di tutto il sud-est asiatico ed è una base di comparazione per i resti del canone in sanscrito che nella sua interezza è andato perduto in seguito alle invasioni musulmane e alla distruzione dei monasteri e delle università monastiche buddiste come quella famosissima di Nalanda nel nord dell’India.

A seguito della morte del Buddha, il suo insegnamento si diffuse in varie parti dell'Asia, mutuando ed assimilando gli usi e costumi locali e dando vita a varie tradizioni buddhiste, che si differenziarono tra loro per alcuni aspetti interpretativi dell'Insegnamento. Delle originali diciotto scuole, che formavano il così detto "Piccolo Veicolo" (Hinayana), oggi rimane attiva solo la scuola Theravada, che si è prevalentemente diffusa in Sri Lanka, Tailandia, Birmania, Cambogia e Laos. All'incirca nel I secolo a.C. nacquero le tradizioni del "Grande Veicolo" (Mahayana), in cui vi è grande enfasi della figura del Bodhisattva, colui che dedica tutte le sue realizzazioni spirituali e le sue azioni alla liberazione della sofferenza di tutti gli esseri. Al "Grande Veicolo" appartengono le tradizioni Ch'an (pronuncia Cian) sviluppatesi in Cina, Vietnam e Corea, le altre scuole cinesi (Terra Pura, Tientai, ecc.), le scuole giapponesi (Zen, Nichiren, ecc.), nonché le scuole della tradizione Vajrayana (Via del Diamante, pronuncia vagiaraiana) diffuse in Tibet, Mongolia ed alcune regioni dell'attuale Russia. La tradizione Vajrayana del Tibet è particolarmente nota anche a causa delle vicende politiche ed umanitarie legate all'invasione del Tibet da parte della Cina, avvenuta tra il 1950 ed il 1960.

I principi buddhisti fondamentali

Dopo aver raggiunto l'Illuminazione il Buddha impartì numerosi insegnamenti, in accordo alle predisposizioni dei suoi vari discepoli, con l'unico scopo di individuare la via più adatta per ognuno per raggiungere l'Illuminazione. Come risultato il Buddhismo oggi offre un insieme molto vasto di insegnamenti che costituiscono un versatile gruppo di metodi e tecniche per sviluppare qualità della propria mente fino a raggiungere l'Illuminazione. L'enfasi maggiore nella dottrina buddhista è infatti rivolta alla comprensione ed al controllo della propria mente e, di conseguenza, delle proprie azioni ed allo sviluppo della saggezza. Per questo motivo la filosofia buddhista comprende un vero e proprio sistema psicologico che, combinato con le tecniche di meditazione, forma quello che spesso viene chiamato "La Scienza della Mente Buddista". L'intero corpus degli insegnamenti buddhisti è comunque compreso nel primo insegnamento che il Buddha impartì a Sarnath, nel parco delle Gazzelle (anche nell’iconografia buddhista questo avvenimento è stato sin dalle origini ricordato con simboli che ancor oggi si ritrovano nei paesi buddhisti come le gazzelle accovacciate ai due lati della Ruota del Dharma che ricordano appunto il Parco di Jetavatana in cui la ruota iniziò a girare): l'Insegnamento delle Quattro Nobili Verità, le realtà esperienziali sperimentate dal Buddha stesso.

La Nobile Verità della Sofferenza

Nel primo punto del suo insegnamento il Buddha espose con chiarezza la situazione di sofferenza caratteristica del nostro stato di esistenza, che comprende la sofferenza della malattia, dell'invecchiamento, della povertà, della morte e molte altre. Va compreso correttamente il motivo per cui il Buddhismo pone come stadio fondamentale al proprio sviluppo spirituale la consapevolezza del proprio stato di sofferenza. L'obiettivo del sentiero spirituale buddhista è quello di raggiungere la completa liberazione dalla sofferenza. Tale liberazione, però, avviene tramite lo sforzo personale di seguire i metodi proposti dal Buddha, per cui è necessario avere una decisa motivazione a raggiungere tale liberazione. Una forte motivazione, infine, si ottiene solo sulla base di una chiara consapevolezza dello stato che si vuole abbandonare. Per questo è necessario riconoscere il proprio stato di sofferenza, senza farsi cogliere da atteggiamenti nichilisti o pessimisti, ma rimanendo però realisti riguardo la propria situazione.

La Nobile Verità della causa della sofferenza

Una volta compresa la propria situazione di sofferenza è necessario indagare sull'origine di quest'ultima. In tale contesto la filosofia buddhista individua l'origine della sofferenza sulla base della legge di causa ed effetto, per la quale qualsiasi fenomeno o qualsiasi situazione ci si trovi a sperimentare dipende da azioni intraprese in precedenza. Sulla base del principio filosofico fondamentale della legge di causa ed effetto il buddismo deriva gran parte della sua dottrina utilizzando una disquisizione logica rigorosa ed elaborata, in modo del tutto simile all'approccio tipico della scienza occidentale. Il risultato di tale analisi è che l'origine principale delle nostre sofferenze risiede nei cosiddetti veleni mentali, tra i quali il principale è l'ignoranza, cioè la non conoscenza del reale modo di esistenza di tutti i fenomeni. Da questo tipo di ignoranza discendono gli altri veleni mentali, che possono essere raggruppati in: odio, attaccamento, invidia, orgoglio e dubbio. Sulla base di queste predisposizioni mentali negative vengono poi compiute le azioni negative di corpo e parola, come ad esempio rubare, uccidere, avere una condotta sessuale scorretta, mentire, calunniare o usare parole che provocano sofferenza o portano a conflitti. Dato che risalendo a ritroso nella nostra vita, fino al momento della nascita, tutte le situazioni che sperimentiamo dipendono, oltre che dalle condizioni contingenti, anche da una causa fondamentale posta in precedenza, è necessario asserire l'esistenza di vite precedenti alla nostra nascita, per non cadere in una contraddizione logica. Il Buddhismo pertanto sostiene, sulla base della legge fondamentale di causa ed effetto, che ogni individuo è costretto in un ciclo continuo di morte e rinascita (in sanscrito Samsara), dove sperimenta un grado di sofferenza dipendente dalle azioni da lui compiute in precedenza. Tale principio è indicato con il termine Karma, che significa azione.

La Nobile Verità della cessazione della sofferenza

La realizzazione della seconda Nobile Verità, che individua per ogni sofferenza una causa, è di fondamentale importanza nel processo verso la liberazione dalla sofferenza: infatti dal momento che la sofferenza ha una causa, consegue che rimuovendo tale causa si estinguerà anche la sofferenza corrispondente. Su questo principio si basa quindi la giustificazione dell'intero sentiero spirituale buddhista, che si focalizza sulla rimozione di tutte le cause della sofferenza per ottenere la liberazione.

La Nobile Verità del Sentiero per la liberazione dalla sofferenza

Nell'ultima parte del suo insegnamento il Buddha espose il metodo vero e proprio per raggiungere la liberazione dalla sofferenza. Tale sentiero, anche noto come "La Via di Mezzo", evita i due estremi: l'estremo della ricerca della felicità attraverso la mera soddisfazione dei piaceri sensoriali e l'estremo dell'automortificazione delle diverse forme di ascetismo. In estrema sintesi l'intero percorso spirituale buddhista, suddiviso in otto aspetti fondamentali (Retta Comprensione, Retto Pensiero, Retta Parola, Retta Azione, Retta Condotta di vita, Retto Sforzo, Retta Consapevolezza e Retta Concentrazione), indirizza il praticante verso l'abbandono di tutte le azioni negative di corpo, parola e mente, eliminando tutti i veleni della mente e coltivandone tutti gli aspetti positivi.

Come già accennato in precedenza, nell'ambito delle scuole buddhiste del "Grande Veicolo" vi è grande enfasi nella motivazione altruistica di raggiungere l'Illuminazione, esclusivamente per il beneficio degli altri esseri. Tale tipo di motivazione pone le sue basi sullo sviluppo dell'equanimità, della compassione e dell'amore. Equanimità significa stemperare la nostra visione distorta che distingue tra amici e nemici, simpatici e antipatici e così via, comprendendo che tutti gli esseri viventi sono uguali tra loro, avendo lo stesso desiderio di felicità e la stessa repulsione per la sofferenza. Essi sono pertanto ugualmente degni del nostro aiuto e della nostra attenzione. Compassione significa aspirare alla completa liberazione di tutti gli esseri dalla sofferenza, mentre amore significa desiderare la felicità per tutti gli esseri. Coltivando l'aspirazione di essere noi in prima persona a liberare tutti gli esseri dalla sofferenza ed a donare loro la felicità e comprendendo che saremo in grado di fare questo solo una volta Illuminati, sorge la motivazione di raggiungere la completa Illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri. Tale motivazione è indicata con il termine sanscrito di Bodhicitta, che significa mente dell'Illuminazione. La motivazione di Bodhicitta è sostenuta e coltivata dalla pratica delle sei perfezioni (Paramita): generosità, moralità, pazienza, sforzo entusiastico, concentrazione e saggezza.

Una descrizione dettagliata del sentiero buddhista richiederebbe una trattazione molto più elaborata, ma come dice spesso S.S. il Dalai Lama, la sua essenza consiste nell'essere il più possibile di beneficio per tutti gli esseri viventi o almeno, se non si può essere loro di beneficio, di non danneggiarli.

Festività buddhiste

Le festività buddhiste sono numerose e si differenziano tra le varie scuole e tradizioni. Tutti i centri aderenti all’UBI (insieme anche ad altri centri buddhisti italiani) celebrano però insieme la festa del Vesak, che ricorda 3 momenti fondamentali della vita del Buddha: nascita, illuminazione e morte. Tale festa è convenzionalmente festeggiata l’ultimo fine settimana di maggio, ed è l’unica festività buddhista ufficialmente riconosciuta anche dallo Stato italiano nel testo dell’Intesa.

Il calendario buddhista è lunare, quindi i giorni delle festività cambiano ogni anno, rispetto al nostro calendario solare, secondo le fasi dei pleniluni e noviluni. In generale, i giorni della luna piena e della luna nuova sono giorni “sacri”, nella pratica intensiva. Per i praticanti Theravada il capodanno è ad aprile e le feste più importanti sono: il “Vesak”, che è la ricorrenza contemporaneamente della nascita, illuminazione e paranirvana di Buddha e si festeggia il plenilunio di maggio. Vi è poi la festa del Dharma (insegnamenti) che commemora il primo insegnamento del Buddha a Sarnath e si festeggia il plenilunio di giugno. Ed inoltre la festa del Sangha (praticanti), alla fine della stagione delle piogge ad ottobre. Per il calendario della scuola Mahayana, il capodanno (la festa del Buddha Maitreya) si celebra il novilunio che cade alla fine di gennaio o all’inizio di febbraio. Le feste più importanti sono: la festa dell’Illuminazione di Buddha, alla fine di dicembre o all’inizio di gennaio; la festa della nascita di Buddha a maggio, una settimana prima del plenilunio e Ullambana, la festa del Sangha e dei defunti il plenilunio di agosto. Per la scuola Buddhista Tibetana sono importanti i primi 15 giorni del nuovo anno perché, in questo periodo, Buddha Shakyamuni, per incrementare i meriti e la devozione dei futuri discepoli, mostrò ogni giorno 15 differenti poteri miracolosi. Questa ricorrenza si conclude con la festa detta “Cio.trul Du.cen.” che si celebra il 15° giorno. Durante tutto il quarto mese, chiamato “Saka Daua”, ogni energia virtuosa accumulata si incrementa di un milione di volte perché questo è il mese nel cui 15° giorno viene festeggiato il concepimento, l’Illuminazione e il paranirvana di Buddha. Si festeggia poi il 4° giorno del sesto mese, giorno in cui Buddha, che per sette settimane dopo l’Illuminazione non aveva dato insegnamenti, supplicato da Brama e Indra, che porgendogli in offerta la ruota del Dharma ed una conchiglia lo pregarono di riprendere per beneficiare gli esseri, insegnò a Sarnath le “Quattro Nobili Verità”. Un’altra ricorrenza importante è il 22° giorno del nono mese nel quale si ricorda il giorno in cui Buddha discese dal “Paradiso”, dimora di Indra.

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